Il Silenzio di Dio: discese agli inferi

Sepolcro

Meditazione sul Sabato santo, a partire dalla «Parete dell’Incarnazione del Verbo», della Cappella Redemptoris Mater – Città del Vaticano, Palazzo Apostolico, II Loggia.

«Ecco il grande mistero, dai secoli annunciato:
nulla è impossibile a Dio!
Nasce nuova speranza, si compie ormai la promessa:
nulla è impossibile a Dio»

Con queste parole, tratte dal ritornello di un moderno canto natalizio, vorrei iniziare questa breve riflessione che mi porta a contemplare la gigantesca icona scritta su una parete della Cappella Redemptoris Mater.
In questa lato si condensa tutta la speranza cristiana, resa possibile e certa non dall’«innalzare grandi torri fino al cielo», quanto piuttosto dai cieli che sono stati “schiacciati” a terra dallo stesso Autore del creato: «Signore, piega il tuo cielo e scendi», ci fa pregare il Salmo 143. Non possiamo giungere a Pasqua senza fare solenne e preziosa memoria dell’eterno disegno del Padre che, grazie al «sì» libero e consapevole di una ragazza e di un giovane si è potuto realizzare. È raro, specie ai nostri giorni, parlare dell’ultima Cena mentre si discorre del battesimo di Gesù al Giordano. Non capita di frequente pensare alla solitudine generata dal «peccato delle origini», quando si contempla la grotta di Betlemme.
Eppure, è proprio la sacra Liturgia che ci ha imposto, a ridosso della Settimana Autentica, di celebrare l’annuncio santo alla Vergine Maria da parte dell’Angelo.

Padre Marko Ivano Rupnik, nel pensare questa splendida icona, si è proprio riferito al mistero della Incarnazione del Verbo. San Paolo, scrivendo ai Filippesi, ci ricorda come tutto ciò sia frutto della kenosi del Verbo, del suo abbassarsi fino a terra. Se ci pensiamo, effettivamente, «il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua tenda fra la sua gente»; quello stesso Verbo incarnato si è lasciato immergere nell’acqua del Giordano; si è chinato per lavare e baciare i piedi dei traditori – diremmo noi, degli amici – direbbe Lui.
Ma il mistero dell’Incarnazione non si ferma qui! Facciamo però un passo per volta e lasciamo che qualche dettaglio dell’icona ci aiuti a intuire qualcosa di questo Sabato santo.

Il primo particolare che mi colpisce è che su questa immagine potremmo sovrapporre una croce:

  • nella parte più alta, quasi a formare una gemma preziosa, la Natività. A risaltare, a uno sguardo globale, Maria, il primo Tabernacolo della storia! Sarà, ma il mistero di Dio è proprio grande: chi mai avrebbe innalzato così tanto una ragazza, al punto di stare sopra rispetto al Figlio, rispetto allo Spirito Santo che – decisamente – discende, anch’Esso, sul Cristo immerso;
  • nella parte più bassa è proprio la discesa agli Inferi. Ne parleremo tra poco;
  • il braccio destro (alla nostra sinistra), la crocifissione. Presenti la Madre e il soldato romano;
  • il braccio sinistro, l’Annunciazione a Maria. A destra e a sinistra è, di fatto, pronunciato il Credo: Maria lo pronuncia all’angelo e poi nuovamente abbracciando il Figlio sulla croce, e il soldato quando afferma «davvero quest’uomo era Figlio di Dio»;
  • al centro il Battista che battezza il Figlio dell’Uomo il quale, tuttavia, scende proprio fino agli Inferi, confermato dal Padre e inabitato dallo Spirito Santo.

Attorno ci sono poi quattro scene: l’incontro con la Cananea, una donna, pagana, bisognosa e – diciamocelo – capace di stressare Gesù, ma con grande intelligenza e profonda fermezza; tra il Battesimo e l’Annunciazione, la Presentazione al Tempio di Gesù (…dai che almeno una volta c’è anche San Giuseppe!); sotto, Cristo al tavolo dei peccatori e a sinistra la lavanda dei piedi a Pietro.
Rispetto alle premesse dell’Antico Testamento, progressivamente intuiamo che l’annuncio cristiano di passo in passo cerca di irradiarsi in ogni dove. E ad accompagnare Gesù nel suo tragitto di Incarnato, vi sono peccatori, pagani, traditori e quei sommi sacerdoti che ne sentenzieranno la morte. Tutti quelli con i quali io non vorrei avere a che fare, Lui li sceglie come compagni di strada. Ancora, come amici. Ancor più, come fratelli!

E ora veniamo al cuore di questo semplice pensiero. Come in testa alla Croce sta la Vergine Madre “chiusa” in una gemma, così ritroviamo una nuova Gemma, caratterizzata per l’ennesima volta dalla presenza del legno. Dapprima, il legno della culla, la mangiatoia, quindi quello della croce – e ricordiamoci che il papà è falegname: qual dolore di fronte a un uso improprio del proprio strumento di lavoro. Ma nella gemma negli Inferi, si ripresenta il legno, quello della croce, ora vinta, schiacciata e diventa un solido appoggio per recuperare i due «remoti dispersi»: Adamo ed Eva. Tutta la Creazione trova riscatto, trova salvezza nella incarnazione del Verbo fatto uomo. Dal ventre della Madre santissima, al ventre della Terra. Mi torna alla mente il cap. 8 della Lettera ai Romani:

La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio;
essa infatti è stata sottomessa alla caducità
– non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa –
e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione,
per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.
Sappiamo bene infatti che tutta la creazione
geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto;
essa non è la sola,
ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito,
gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli,
la redenzione del nostro corpo.

Tuttavia, neppure questo è sufficiente: la salvezza non si ferma nel giorno della Risurrezione, ma è destinata a segnare tutta la storia, perché così, fin da principio fu desiderata. Infatti, questa gemma è al centro della grande barca della Chiesa, presso la quale tutti trovano ristoro e Pane spezzato, chiamata a solcare le vie della storia, custodendo come senso e culmine proprio il Maestro che si lascia profumare i piedi e si inginocchia per farsi ultimo tra gli ultimi.

Perciò, «discese agli inferi». Così affermiamo nel Credo. E ora, Signore, Tu che anche negli Inferi riesci a portare la luce, la vita, abita il nostro silenzio e la nostra inquietudine, portando la fiamma viva del tuo amore, indelebilmente segnato sulle tue mani e sui tuoi piedi. Aiutaci a immergerci ogni giorno nella fonte d’acqua che zampilla per la vita eterna, perché possiamo morire a noi stessi per risorgere in te e con te a nuova vita, a quella vita che viene dal Cielo.
E quando qualcosa non mi torna, se i conti sembrano sbilanciati in un eccesso da parte tua e in una pochezza da parte mia, perdonami: devo ancora intuire cosa significa abbassarmi, devo ancora capire quanto grande è il tuo amore, perché nulla, neppure la morte, sembra poterlo vincere.

Kyrie eleison, Signore – proprio perché sei il Signore – abbi pietà di me.

d.S.

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