Surrexit Dominus vere, alleluja!

Cero Pasqua Delpini

Siamo arrivati alla veglia pasquale, «madre di tutte le veglie», come la definiva Sant’Agostino.
Siamo qui, convocati dal Signore a vivere questa liturgia così intensa, consapevoli che Cristo è GIÀ risorto, è risorto una volta per sempre.

Il testo dell’Exultet, che i cristiani pregano ormai da 16 secoli, ci aiuta a ripercorrere tutta la storia della salvezza, ma non dimentichiamoci che non è solo una liturgia commemorativa quella a cui partecipiamo. Non stiamo solo celebrando una sorta di “anniversario” dell’uscita dall’Egitto o dell’evento della morte e risurrezione nella vita terrena di Cristo.
«Lo svolgersi di questa veglia santa tutto abbraccia il mistero della nostra salvezza», sentiamo proclamare nel Preconio. L’uscita di Israele dall’Egitto non era che una anticipazione: quell’uscita trova la sua pienezza in Cristo che muore e risorge. E noi, questa notte, attualizziamo la morte e la risurrezione del Signore. Quindi veramente è questa la notte in cui tu, o Dio, hai liberato i nostri padri dall’Egitto.
Prendo solo un segno dal lungo testo del Preconio: il Cero pasquale.
La liturgia ha questa capacità di trasfigurare la realtà: certo, si tratta solo di una candela, di una grossa candela. Ma quel Cero ci permette almeno un po’ di intuire che cosa sia Gesù per me, per te.
La candela è luce: all’inizio della liturgia, nella chiesa buia una semplice piccola fiamma inizia a dissipare le tenebre. Le mie, le tue tenebre. E poi la candela per dare luce deve consumarsi: Gesù, luce del mondo, è colui che si consegna. Per dare luce muore. È una candela che ci accompagnerà tutto il tempo di Pasqua, fino alla Pentecoste. Ma è anche un segno che accompagna tutta la vita del cristiano: è dal Cero pasquale che padrino e madrina prendono il fuoco durante la liturgia del Battesimo, ed è ancora la luce del Cero pasquale ad essere presente durante i funerali: davanti al mistero della morte ci ricorda la nostra speranza cristiana nella risurrezione.
Leggiamo nel testo dell’Exultet: «Teniamo le fiaccole accese, come fecero le vergini prudenti; l’indugio potrebbe attardare l’incontro col Signore che viene. Certamente verrà e in un batter di ciglio, come il lampo improvviso che guizza da un estremo all’altro del cielo».
Cristo tornerà in un modo che non sappiamo immaginare: anche in questa veglia, come per tutto il tempo di Avvento, la liturgia ci chiede di metterci in attesa.  Il Signore è già risorto, ma la Chiesa, in questa veglia, attende il suo ritorno definitivo nella Pasqua di tutte le Pasque: quindi non attendiamo la risurrezione di Gesù, che è già avvenuta, ma la nostra risurrezione, la risurrezione di tutta la Chiesa, che non è ancora avvenuta.

Ma noi chi stiamo attendendo? Un Cristo trionfante? O un Gesù umile?
O forse entrambe le cose: in fondo Cristo risorto che appare agli Undici porta ancora nel suo corpo i segni della passione, tanto che Tommaso è tentato di infilarci le dita.
Ancora una volta ci viene in aiuto la liturgia di questa notte: nel Preconio viene proclamato che «con la morte e con la risurrezione alle pecore tutto si è donato perché l’umiliazione di un Dio ci insegnasse la mitezza di cuore e la glorificazione di un uomo ci offrisse una grande speranza».
Assistiamo alla donazione totale di Cristo a noi, alla storia, prima facendosi neonato, poi maestro, poi servo, poi crocifisso. Ma questa obbedienza, questo “andare oltre” le cose piccole (non le piccole cose!) a cui noi umani diamo tanto peso (la gloria, il farsi forti del rispettare ottuso della legge alla lettera, l’essere re, dominare gli altri), questo saper vedere oltre l’ovvio della quotidianità, lo ha reso colui che va oltre il tempo e la storia, e davvero offre a me, a te, a ciascuno una grande speranza.

S.L.

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